Una storia di sartoria italiana - parte 2

Intervista al Maestro Pietro Mastropasqua

Parte 2


Maestro, ci ritroviamo in questo splendido appuntamento a parlare insieme di sartoria. Come vogliamo iniziare questa intervista?

Maestro Mastropasqua [MM]: Vedi io ho 85 anni, ho avuto anche alti e bassi in passato, ma ancora oggi faccio quello faccio perché mi piace. Non è che lo faccia per bisogno, perché mi serve, no, ma perché mi diverto proprio. Poi a 85 anni infilo ancora l’ago senza occhiali, che vuoi di più?


Direi un incipit degno del nome! Qual è l’aspetto che le piace di più di ciò che fa?

MM: Beh, trattare con i clienti. Alla fine, si diventa quasi amici, c’è un certo trasporto con alcune persone. Mi ricordo il nipote di Aldo Moro, l’arpista Antonelli a cui facevo i vestiti da ragazza quando faceva i saggi. Insomma, il rapporto umano è l’aspetto che mi piace di più.


In tutto questo, lei come vede i giovani oggi?

MM: Sento sempre alla radio tanti giovani che fanno molte cose, anche davvero bravi. Ma questo mestiere, non so. Non so quanti giovani ci siano davvero che oggi decidono di fare i sarti, non li vedo. Questo è un mestiere che devi fare da ragazzo, a 20 anni oggi, non so se un giovane ce la fa a stare dentro casa, dentro una sartoria a lavorare. A meno che tu sia una persona particolare. Una persona che ha ambizione, che ci si dedica anima e corpo. Però devi essere pronto a dedicarti a quello. Richiede tanto impegno.


Oggi ci sono tante distrazioni, i tempi sono rapidi, velocissimi. La dedizione, la pazienza, la responsabilità, sono doti non sempre presenti.

MM: Aggiungo anche la puntualità. Bisogna essere in grado di mantenere la parola, l’impegno, la serietà con un cliente. A me piace scherzare, sono sempre allegro ma sulle cose serie non transigo. Un cliente recentemente mi ha detto: “Mastropasqua, se a questa età i clienti la cercano e vengono ancora da lei, ci deve essere qualcosa!”. Io dico di sì, senz’altro.


Vedo che sta lavorando ad un nuovo abito. Un scelta sicuramente particolare! [Il Maestro sta lavorando il petto di una bella giacca di un colore sgargiante ed originale].

MM: Sto facendo un nuovo abito per un cliente, anche se ha quasi la mia età è una persona estrosa, un artista, hai visto i colori che ha scelto? [si riferisce al completo arancio-terra bruciata,] Si sa, per portare un abito così bisogna avere un certo modo, un certo genio. A volte mi diverte vedere in tv personaggi anche famosi o politici, che vestono abiti e si vede subito chi non ha familiarità con gli abiti sartoriali. Un sarto lo vede subito.



Maestro prima parlavamo di giovani. Secondo lei cosa manca ai giovani oggi?

MM: Più che la volontà o l’ambizione, direi il senso del sacrificio. Mi ricordo che quando avevo 18 anni ed ero ancora in Puglia a lavorare dal sarto c’era lì un bambino sui 10 anni che, come me anni prima, veniva lì per fare dei lavoretti ed imparare il mestiere. Anche se non c’era niente da fare per lui in quel momento, era lì, a volte si addormentava seduto sulla sedia e allora io dicevo al principale “Perché non lo mandiamo a casa questo ragazzino?” e lui mi rispondeva “No, non lo posso mandar via, deve imparare cosa sia il sacrificio. Se non entra il sacrificio, la disciplina, non potrà mai fare questo mestiere”. Tu sai quanto lavoro e costanza ci vuole per fare una giacca, quanti passaggi ci sono, non finisci mai. Ci vuole pazienza, manualità, bravura e disciplina. Può succedere anche che dopo aver fatto tutto questo lavoro, poi non stia bene al cliente e allora va tutta rilavorata, da capo. Però poi, sei contento. Specialmente alla mia età mi stupisco di riuscire ancora a mettere un vestito addosso al cliente.


Certo, aggiungo che si tratta di opere uniche. Non ne esiste una uguale al mondo.

MM: Sì proprio così. Poi tante persone non riescono a vestire abiti confezionati perché hanno delle caratteristiche fisiche particolari. La soddisfazione c’è sempre. Pensa, io ho un cliente che abita proprio qui vicino, un avvocato, che mi dice sempre scherzando che non cambia casa per via del sarto, mi dice “se cambio casa, poi dove lo trovo un sarto così?!”.


In questo mestiere il rapporto umano è basilare. Ha qualche storia particolare da raccontarci su questo argomento?

MM: Mi ricordo di un cliente, era un medico americano che lavorava in Italia. Un giorno dovette tornare in America e allora mi chiese come potevamo fare, perché lui voleva che io continuassi a fargli i vestiti. Allora feci un modello "corretto", un modello già provato, con difetti sistemati e correzioni effettuate. Così lui mi chiamava, mi diceva più o meno che tipo di tessuto voleva e da qui gli spedivo vari pezzettini di stoffa in America e lui mi rispediva qui quello che sceglieva. Mi raccomandavo poi sempre di farmi sapere se ingrassava o dimagriva, per tenere aggiornato il mio modello. Così è andato avanti per molto tempo. Pensa che quando venne in Italia in viaggio di nozze mi venne a trovare con la moglie! Queste cose ti rimangono. Con i clienti tu parli, ragioni. Una volta invece mi mandò un assegno per un abito e scrisse sopra “Sarto Mastropasqua” come fosse un titolo, come quando si scrive “Dott.” “Prof.”. Quando andai in banca a versare l’assegno, il cassiere mi disse “Ma lei fai il sarto? Io mi devo sposare, mi serve il vestito!”. Io mi sento fortunato, i clienti sono arrivati così, per queste situazioni, per conoscenze, per passaparola.


Aggiungo che lei trasmette davvero la passione per quello che fa.

MM: Sì, è proprio il mio carattere, è così. A me piace proprio parlare con le persone. La sartoria è soprattutto un luogo sociale. Ti racconto un episodio di quando avevo 20 anni, mi ero trasferito e lavoravo a Roma. Qui vicino c’è Piccioni, una storica merceria che rifornisce i sarti. Ebbene, il Signor Piccioni era un’istituzione. Pensa che il giorno di Sant’Omobono, il protettore dei sarti, offriva sempre il pranzo a tutti noi giovani lavoranti. Ma non solo, aiutava anche i giovani sarti con il lavoro. Chi voleva lavorare andava lì e lasciava un biglietto per dare la propria disponibilità. Così i sarti che cercavano lavoranti o mezzi-lavoranti, andavano lì a cercare chi era disponibile a lavorare.


Accidenti, quasi un vero e proprio ufficio di collocamento. Questa sì che è una funzione sociale.

MM: Ma non solo, pensa che c’era un giovane sarto come me che era spesso lì, il quale voleva acquistare una casa ma non aveva garanzie e non gli davano il mutuo. Beh, pensa che il Sig. Piccioni saputa la vicenda, decise di fargli da garante.


Maestro, mi viene da pensare che forse bisogna ripartire da qui. Se ognuno fa bene sé stesso, aiuta inevitabilmente anche il contesto in cui si trova. Come si dice “rem tene verba sequentur”, “tieni il punto e il resto verrà da sé”. Grazie per questo esempio di vita.

MM: Bene ed ora, a lavoro!


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